In silenzio

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Un silenzio nasconde mille parole, mille voci, mille pensieri.
A volte si sceglie di rimanere in silenzio, anche se si vogliono dire tante cose, e lo si fa semplicemente perché le parole non vengono più ascoltate, o magari fraintese… ma accade anche che quello stesso silenzio viene frainteso.
Si trattengono i gesti, perché vengono respinti… e nemmeno questo viene compreso.
Eppure si rimane lì, fermi.
Sospesi, ma non immobili.
Trattenendo il respiro.
Ma non si abbandona il campo.
E non perché farlo sarebbe un fallimento, ma perché si continua a credere, nonostante tutto e tutti ci dicano il contrario.
Si rimane lì perché si vuole essere presenti.
E forse lo si fa per se stessi, più che per l’altro.
Perché non è uno scambio di anelli che crea un “per sempre”… sono le promesse pronunciate dall’anima, che se ne rimane muta ma non smette di amare.

Dietro la maschera

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Viviamo in un mondo in cui tutto si nutre di apparenza. Non conta chi siamo, ciò che pensiamo, ciò che sentiamo… conta come veniamo visti, come vengono letti i nostri pensieri e i nostri sentimenti.

Ma l’apparenza inganna, e non è solo un trito modo di dire.

Eppure ci sono tantissime persone che legano la loro vita a doppio filo con l’apparire in un certo modo piuttosto che con l’essere in un certo modo.

A volte lo fanno consapevolmente.

Altre volte credo sia semplicemente un’arma di difesa.

Dal mondo. Dalle altre persone. Da loro stessi.

Anzi, principalmente da loro stessi.

Lasciando perdere la doppiezza che affonda nel disturbo patologico, perché si entrerebbe in un campo che è lontano dalla mia competenza e su cui non mi permetto di mettere parola, penso che siano la solitudine e il vuoto interiore a creare in certe persone la necessità di modellare un altro sé.

Ciò che sono non piace loro, non basta, non è ciò che vogliono essere profondamente…

Ma non sempre le persone hanno la possibilità o magari la capacità interiore di affrontare un percorso che rimette in discussione tutto quanto. Dopotutto si tratta di riscrivere una vita intera, a volte, e tutti i rapporti interpersonali… e metterlo in pratica non è esattamente come dirlo.

So di essere un’ingenua, ma non è davvero nel mio Dna pensare che l’animo delle persone possa essere realmente cattivo così quando vedo qualcuno con la maschera sul volto che “inganna” gli altri… ma ancor di più che “inganna” se stesso… penso che in realtà stia vivendo un profondo disagio interiore che non riesce a far emergere… forse perché non riesce a darne una lettura o forse perché non sa come comunicarlo. E quella maschera che porta è fondamentalmente la sua forma di gridare aiuto.

In ogni caso è da comprendere, e semmai da aiutare. Non da giudicare.

La voce dell’anima

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Ognuno di noi possiede una voce interiore. Quella che io amo definire “la voce dell’anima”. 

E’ una voce che ascoltiamo poco. Anzi, spesso la tacitiamo in maniera molto decisa.

Segue percorsi interiori che a volte siamo restii a comprendere e che ci guardiamo bene dal seguire.

Eppure è una voce antica… primordiale, direi… una voce che ha sempre vissuto in noi… e che un bel giorno arriva con passo fermo e piglio deciso, ci afferra la mano e ci porta in una dimensione in cui si esprime tutto il nostro essere… 

E lo fa in forme che fino a quel momento ci erano completamente sconosciute, liberando con la leggerezza di un semplice soffio la nostra energia interiore, mentre spande tutt’intorno la forza e la meraviglia che tenevamo rinchiuse all’interno del nostro bozzolo…

Consigli

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“La cosa più facile è dare consigli agli altri.” – Talete, Frammenti, VII-VI sec. a.e.c.

A volte mi piace iniziare i post prendendo spunto da una citazione. Oggi lo faccio partendo da queste parole di uno dei padri della filosofia, e lo faccio pensando a quanto sto osservando intorno a me e in piccola parte sperimentando proprio su me stessa.

Molto spesso, anzi troppo spesso vedo persone che danno consigli sulle problematiche più svariate. Finché si tratta di un consiglio su quale vestito mi sta meglio o su quale film andare a vedere al cinema non ho obiezioni né sul darne né sul riceverne. Ma quando i consigli iniziano a riguardare sfere della vita più importanti come il lavoro, i figli, il denaro, la vita di coppia inizio ad arricciare il naso e mettermi sul chi va là.

Perché a volte i consigli sono richiesti, di conseguenza la cosa mi sembra più che accettabile… anzi addirittura ottimale… se la richiesta è seria e sincera e chi ha formulato la richiesta è poi propenso a ragionare sul consiglio e a farlo suo, e non semplicemente ad accettarlo in maniera acritica.

Nella stragrande maggioranza dei casi, però, i consigli non sono richiesti. E, soprattutto, chi li da non ha la più pallida idea di che cosa sta parlando. Perché non conosce a fondo la persona che ha davanti – o a volte non la conosce affatto – o perché non sa niente della sua reale condizione.

Di conseguenza parla per se stesso.

Non è un caso che gli psicologi, in primis per etica professionale, consigli non ne dispensano mai. Nemmeno su richiesta.

Perché consigliare a qualcuno di fare o non fare una cosa equivale di fatto a spingerlo a utilizzare il nostro personale punto di vista sulle cose, ad adeguarsi ai nostri schemi mentali, ai nostri valori e ai nostri obiettivi.

Ma noi non siamo l’altro.

Di conseguenza il consiglio, che magari in linea teorica poteva essere eccellente, alla fine potrebbe essere del tutto inadatto alla persona a cui lo diamo o addirittura sbagliato per lei, visto che non possiamo prevedere il futuro e la sfera di cristallo la lasciamo ai libri fantasy.

Senza contare, poi, che proprio perché ognuno di noi ha il suo schema mentale, emotivo, di valori ed etico che è unico e si è plasmato nel corso di una vita intera come risposta ad esperienze e situazioni vissute sulla propria pelle e non su quella altrui, non possiamo sostituirci all’altro nel prendere una decisione o risolvere un dubbio.

Da qualche parte, non troppo tempo fa ho letto che, a volte, dare buoni consigli è come cercare di aprire una porta con una bellissima chiave che è però di un’altra serratura. In pratica… una perdita di tempo. Per entrambe le parti in causa.

Sarà per questo che consigli tendo sempre a non darne… ma soprattutto a non seguirne.

Li ascolto, ci ragiono su, ma poi di solito faccio di testa mia.

Perché, dopotutto, sono la persona che mi conosce meglio.

Nostalgia

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Vento che brucia e ricordi lontani che sanno di sale e nostalgia al calare delle ombre.

Fuochi mai dimenticati su spiagge lontane.

Musica gitana, e una singola chitarra che suona una melodia che è quasi una preghiera.

Ogni nota è un canto d’amore per Lei.

Che è bella come il sole che ha negli occhi e il vento sulla pelle, come il ritmo di antichi tamburi che riecheggiano nella vallata, come una donna amata che attende il ritorno dell’amante guerriero stagliata contro l’orizzonte, i capelli mossi dal vento del crepuscolo.

D’improvviso il canto sfuma in un silenzio denso di nostalgia. 

Lui abbassa lo sguardo e sente forte nel cuore il desiderio di sentirla scorrere di nuovo tra le dita. 

E si chiede: “Quanto tempo, ancora?”

Ma sa che non c’è ancora una risposta.

La chitarra giace muta, ma i pensieri sono ancora una volta, come in ogni istante, consacrati a Lei… la sua terra lontana.

 

Laura 2009

Il destino di un sogno

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Mi piace sognare.

Mi piace parlare di sogni.

Mi piace anche credere ai sogni.

E credo che anche i sogni, come tutto nella vita, possano avere un destino. O meglio due.  

Può rimanere tale, non concretizzarsi mai e renderci frustrati e infelici o al contrario continuare ad alimentare il nostro desiderio di spingerci oltre, come se qualcuno spingesse il nostro traguardo ad ogni istante un poco più avanti…

Oppure può diventare realtà, frutto di sacrificio e lavoro duro. Ma questo non può essere il destino di tutti i sogni. Solo di quelli che si possono concretizzare, rendere tangibili… una casa, un lavoro, ad esempio…

Per il sogno romantico le cose forse sono un po’ diverse, anche se molto spesso è il sogno che più di tutti ci spinge a grandi imprese, a eroiche follie, come ci hanno sempre narrato i cantori e i poeti.

Certo, è capace di far battere il cuore come pochi altri sogni sono in grado di fare. Riesce a colmarci di un’energia interiore che si autoalimenta e sembra inesauribile, fa scorrere nelle nostre vene la voglia di realizzare ogni cosa, dalla più attuabile alla più assurda, e ci fa credere come pochi altri sogni di essere in grado di compiere imprese eroiche, che sfidano il tempo e lo spazio.

Per amore saremmo capaci di attraversare l’oceano a nuoto anche se non sappiamo nuotare, arrampicarci sulla cima della montagna più alta del mondo a mani nude anche se una montagna l’abbiamo sempre e solo vista in una cartolina, o magari volare fisicamente sulla luna muovendoci con la sola forza del pensiero…

Ma è troppo spesso un sogno fine a se stesso, per come viene concepito.

Perché vive e si nutre di pura poesia, ma di una poesia che per quanto armoniosa e perfetta è del tutto astratta e priva di contatti col reale…

Vive e si nutre di parole piene di miele e melodia, che avvolgono la mente e il cuore, meravigliose da ascoltare e capaci di rapire l’anima, che indubbiamente alimentano ed esaltano lo spirito ma se uno poi si guarda dentro si rende conto che lasciano un puntino di vuoto perché dopo le parole manca il passo successivo, che è fondamentale se non si è così evoluti da riuscire a vivere di puro pensiero…

Vive e si nutre del sogno stesso, che per definizione non può che rimanere ancorato su un piano di non-realtà. E autoalimentandosi all’infinito non riuscirà mai a rompere quel cerchio che lo costringe a rimanere sogno idealizzato, irraggiungibile e intraducibile nella realtà.

Perché senza uno spiraglio di realtà qualunque sogno è destinato a morire. O forse, se non proprio a morire, a rimanere a vagare in una sorta di limbo. Sospeso. Per sempre.